Card. Bagnasco: Abitare la città vuol dire amarla

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Intervista all’Arcivescovo Angelo Bagnasco

Nell’ultimo anno del triennio l’Azione Cattolica, dopo aver declinato nei precedenti i verbi “custodire” e “generare”, mette al centro il verbo “abitare” legato alla dimensione della città. In particolare Le chiediamo secondo Lei cosa vuol dire per un cattolico abitare la sua città?

Possiamo partire dall’esperienza tragica del crollo del ponte Morandi un anno fa, perché da quelle macerie che hanno fatto 43 vittime e disastrato una zona della nostra splendida città è emerso un nuovo spirito di Genova, della gente che è innanzitutto un senso nuovo di appartenenza: la consapevolezza di appartenere ad una città, ad un territorio e quindi ad una storia o meglio, ad un’anima. Questo l’ho avvertito immediatamente e l’abbiamo avvertito tutti. Strada facendo questo senso di appartenenza secondo me si è tradotto e si deve tradurre con il verbo rispettare

Rispettare vuol dire proprio etimologicamente guardarsi indietro cioè riconoscere il valore di una storia a cui appartengo in cui mi riconosco, dove ho vissuto, ma vuol dire anche rispettare le istituzioni, le cose, i luoghi dove vivo, quindi una cosa molto concreta. E l’appartenere si esprima anche nell’agire: questo è successo dopo il ponte Morandi, è successo e continua ad accadere in un agire che nasce non dalle grandi decisioni che spettano soltanto ad alcune persone investite di responsabilità particolare, ma un agire che nasce che si traduce in mille piccole cose: da una parole di incoraggiamento, a un silenzio, a una non critica, a un pensare positivo, a mille piccoli gesti che una vita di comunità e una vita di città richiedono. Perché non solamente i grandi slanci si traducono nell’abitare la città, ma anche le piccole cose quotidiane che non appariranno eroiche, ma che sono assolutamente necessarie.

Per riassumere con una sola parola, abitare la città vuol dire amarla: ho preferito partire da questo senso di appartenenza ad una storia ad un luogo ad un territorio a delle tradizioni proprio perché altrimenti la parola amare la città rischia di rimanere un po’ astratta e di diventare banale.

Il Suo incarico di Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee La porta ad avere uno sguardo più aperto sul mondo, in particolare sul nostro continente. Quali spunti positivi prendere da altre città in Europa, per la nostra Genova, sia dal punto di vista sociale sia economico?

Il primo spunto per Genova – e vorrei dire per l’Italia – è essere più compatti. Quindi in termini positivi la compattezza è un atto di amore, non di forza, di prepotenza, rispetto a qualcuno ma è un atto di amore alla propria città che ha una storia, un territorio, delle tradizioni, degli obiettivi e via discorrendo.

Dal punto di vista economico si può mettere in rilievo quello che un po’ mi pare già ci sia assolutamente, cioè le sinergie: se la compattezza è più un valore spirituale, morale, ideale e fa riferimento ad una identità di appartenenza, la sinergia di tipo economico, lavorativo fa più riferimento a tante realtà lavorative economiche che non possono però considerarsi in modo individualistico.

L’economia oggi o si fa insieme o non si fa, quindi Genova sempre di più deve vivere e creare queste sinergie tra le diverse realtà operative, economiche, produttive. Ecco il termine rete. La visione di rete non è una visione di chiusura di ripiegamento, ma è una propulsione, un efficientamento, una progressione.

L’Azione Cattolica è radicata nel territorio della Diocesi e partecipe della pastorale parrocchiale. Alla luce della Sua visita pastorale e delle prospettive future di maggiore collaborazione tra parrocchie e nei vicariati, quale contributo immagina possa dare l’Associazione?

Un atteggiamento di fiducia, di affetto, di benevolenza verso la Chiesa come mistero e la Chiesa come istituzione. Questo è giusto aspettarselo dell’Azione Cattolica. Apprezzamento e benevolenza dei pastori, quindi verso i nostri parroci, i nostri sacerdoti.

Oggi si vede in giro ovunque un clima che non è di benevolenza. Una cultura che non è benevola verso gli altri in generale, e verso la Chiesa in particolare. C’è una litigiosità montante, una ipersensibilità diffusa. C’è un’avanzata evidente di una mentalità individualista. Dove per istinto, perché è l’aria che si respira, ognuno vuole sempre avere l’ultima parola ed essere la parola vera. Il proprio punto di vista viene facilmente assolutizzato.

Si parla di Stati, di comunità, di federazioni, di globalizzazione. Tutte parole che fanno pensare ad una unitarietà di intenti e di azioni, ma in realtà il mondo – almeno quello occidentale (ma non solo) – va in senso opposto. Se questa è la tendenza culturale e sociale prevalente, la Chiesa – e nella Chiesa l’Azione Cattolica – ha il compito di creare rapporti nel segno della benevolenza e della verità. Perché la benevolenza nell’errore non è una benevolenza. È una benevolenza tutta apparente. Una unità che non è costruita sulla verità non è unità, non è una comunità.

L’Associazione io spero sempre più che diffonda, come un nucleo incandescente, il calore della benevolenza verso i nostri sacerdoti e verso tutti i membri della comunità Cristiana.

Quindi quello che qui voglio mettere in rilievo non è sul piano delle iniziative, ma è sul piano di un sentire che va a ricucire pazientemente un tessuto di relazioni faticose, spesso conflittuali e concorrenziali. Quando si vive in un tessuto parrocchiale, perché di questo stiamo parlando, dove tutto è così faticoso, dove tutti vogliamo essere i primi della classe, tutti i migliori, tutti aver ragione e tutti guardarci non con occhi limpidi, si vive male e non si è per niente l’annuncio del Vangelo.

Il mondo non può credere quando vede queste cose. Siate un nucleo di calore buono! Con entusiasmo e gioia. Il dovere senza la gioia diventa un peso. I programmi senza entusiasmo diventano delle prigioni.

Nella Sua omelia pronunciata alla vigilia della festa della Madonna della Guardia, ha richiamato alla necessità di una fede devota. Quale valore dà questo aspetto nella missione che ciascuno di noi è chiamato a vivere quotidianamente?

Quando parlo della devozione della fede mi riferisco al calore che la fede deve generare nella vita. Paradossalmente non basta credere in Dio, è necessario vivere di Dio e ciò richiede un movimento del cuore, dei sentimenti, dell’amore, della volontà, movimento portato alla luce dalla conoscenza della fede. La devozione della fede è qualcosa che si percepisce, che si vede, per esempio quando si entra in una casa, in una stanza: trovare un’immagine religiosa che aiuta a pregare e che è pregata e che non è soltanto un immagine decorativa. Si concretizza in piccoli gesti, come la genuflessione quando si entra in chiesa, il segnarsi con l’acqua santa, il segno della croce all’inizio della giornata e alla sua conclusione e molti altri ancora. Spesso in passato la devozione è stata criticata come un atto di pura formalità, di per sé superfluo e nel momento in cui si vuole ritornare all’essenza della fede il pericolo è quello di scarnificarla, di denudarla di quelle piccole cose, di quei piccoli gesti di cui noi abbiamo bisogno per la nostra umanità.

Nella storia della Chiesa c’è sempre stata una ferma condanna dell’iconoclastia (di quei movimenti che negano il culto attraverso le immagini) perché non rispetta l’umano: tratta l’uomo come se fosse puro spirito mentre siamo spirito nella carne. Spesso la devozione può sembrare formalismo, ma in realtà è un atto di rispetto alla carne, alla nostra dimensione corporale e traduce la fede in piccole gesti. È interessante come molti giovani nella nostra Europa siano alla ricerca di punti di riferimento che gli aiutino a trovare questa dimensione di calore della fede. Spesso la trovano nei monasteri dove possono fare adorazione in ginocchio tranquilli, nel silenzio, partecipare alla celebrazione dell’Eucaristia serenamente come la Chiesa ci dona di vivere, pregare la Madonna magari con il Rosario, ricevere una catechesi fedele all’insegnamento della Chiesa.

I giovani vogliono la fede come è, senza “sconti”; poi se riusciranno o non riusciranno a essere coerenti, questo è un altro capitolo e per il quale c’è la grazia del Sacramento della Confessione. Ma loro, i giovani, vogliono sapere con precisione per che cosa possono spendere la loro vita, non per qualcosa di fumoso o vago, ma per qualcosa di preciso, di certo e di bello. Dobbiamo riscoprire la devozione della fede che è il calore della fede perché la nostra fede possa essere viva e vibrante.

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EDITORIALE: “Abitiamo l’anima della città”

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