69ma Assemblea Generale Vescovi Italiani – Il S.Padre e il Presidente CEI

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Si riportano di seguito i discorsi del S.Padre Papa Francesco e del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana Card. Angelo Bagnasco alla 69ma Assemblea Generale dei Vescovi Italiani

Discorso del Santo Padre

Roma, 16 Maggio 2016

Cari fratelli, a rendermi particolarmente contento di aprire con voi questa Assemblea è il tema che avete posto come filo conduttore dei lavori – Il rinnovamento del clero –, nella volontà di sostenere la formazione lungo le diverse stagioni della vita. La Pentecoste appena celebrata mette questo vostro traguardo nella giusta luce. Lo Spirito Santo rimane, infatti, il protagonista della storia della Chiesa: è lo Spirito che abita in pienezza nella persona di Gesù e ci introduce nel mistero del Dio vivente; è lo Spirito che ha animato la risposta generosa della Vergine Madre e dei Santi; è lo Spirito che opera nei credenti e negli uomini di pace, e suscita la generosa disponibilità e la gioia evangelizzatrice di tanti sacerdoti. Senza lo Spirito Santo – lo sappiamo – non esiste possibilità di vita buona, né di riforma. Preghiamo e impegniamoci a custodire la sua forza, affinché «il mondo del nostro tempo possa ricevere la Buona Novella […] da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore» (Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 80). Questa sera non voglio offrirvi una riflessione sistematica sulla figura del sacerdote. Proviamo, piuttosto, a capovolgere la prospettiva e a metterci in ascolto. Avviciniamoci, quasi in punta di piedi, a qualcuno dei tanti parroci che si spendono nelle nostre comunità; lasciamo che il volto di uno di loro passi davanti agli occhi del nostro cuore e chiediamoci con semplicità: che cosa ne rende saporita la vita? Per chi e per che cosa impegna il suo servizio? Qual è la ragione ultima del suo donarsi? Vi auguro che queste domande possano riposare dentro di voi nel silenzio, nella preghiera tranquilla, nel dialogo franco e fraterno: le risposte che fioriranno vi aiuteranno a individuare anche le proposte formative su cui investire con coraggio.

  1. Che cosa, dunque, dà sapore alla vita del “nostro” presbitero? Il contesto culturale è molto diverso da quello in cui ha mosso i primi passi nel ministero. Anche in Italia tante tradizioni, abitudini e visioni della vita sono state intaccate da un profondo cambiamento d’epoca. Noi, che spesso ci ritroviamo a deplorare questo tempo con tono amaro e accusatorio, dobbiamo avvertirne anche la durezza: nel nostro ministero, quante persone incontriamo che sono nell’affanno per la mancanza di riferimenti a cui guardare! Quante relazioni ferite! In un mondo in cui ciascuno si pensa come la misura di tutto, non c’è più posto per il fratello. Su questo sfondo, la vita del nostro presbitero diventa eloquente, perché diversa, alternativa. Come Mosè, egli è uno che si è avvicinato al fuoco e ha lasciato che le fiamme bruciassero le sue ambizioni di carriera e potere. Ha fatto un rogo anche della tentazione di interpretarsi come un “devoto”, che si rifugia in un intimismo religioso che di spirituale ha ben poco. È scalzo, il nostro prete, rispetto a una terra che si ostina a credere e considerare santa. Non si scandalizza per le fragilità che scuotono l’animo umano: consapevole di essere lui stesso un paralitico guarito, è distante dalla freddezza del rigorista, come pure dalla superficialità di chi vuole mostrarsi accondiscendente a buon mercato. Dell’altro accetta, invece, di farsi carico, sentendosi partecipe e responsabile del suo destino. Con l’olio della speranza e della consolazione, si fa prossimo di ognuno, attento a condividerne l’abbandono e la sofferenza. Avendo accettato di non disporre di sé, non ha un’agenda da difendere, ma consegna ogni mattina al Signore il suo tempo per lasciarsi incontrare dalla gente e farsi incontro. Così, il nostro sacerdote non è un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione; non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza. Sa che l’Amore è tutto. Non cerca assicurazioni terrene o titoli onorifici, che portano a confidare nell’uomo; nel ministero per sé non domanda nulla che vada oltre il reale bisogno, né è preoccupato di legare a sé le persone che gli sono affidate. Il suo stile di vita semplice ed essenziale, sempre disponibile, lo presenta credibile agli occhi della gente e lo avvicina agli umili, in una carità pastorale che fa liberi e solidali. Servo della vita, cammina con il cuore e il passo dei poveri; è reso ricco dalla loro frequentazione. È un uomo di pace e di riconciliazione, un segno e uno strumento della tenerezza di Dio, attento a diffondere il bene con la stessa passione con cui altri curano i loro interessi. Il segreto del nostro presbitero – voi lo sapete bene! – sta in quel roveto ardente che ne marchia a fuoco l’esistenza, la conquista e la conforma a quella di Gesù Cristo, verità definitiva della sua vita. È il rapporto con Lui a custodirlo, rendendolo estraneo alla mondanità spirituale che corrompe, come pure a ogni compromesso e meschinità. È l’amicizia con il suo Signore a portarlo ad abbracciare la realtà quotidiana con la fiducia di chi crede che l’impossibilità dell’uomo non rimane tale per Dio.
  2. Diventa così più immediato affrontare anche le altre domande da cui siamo partiti. Per chi impegna il servizio il nostro presbitero? La domanda, forse, va precisata. Infatti, prima ancora di interrogarci sui destinatari del suo servizio, dobbiamo riconoscere che il presbitero è tale nella misura in cui si sente partecipe della Chiesa, di una comunità concreta di cui condivide il cammino. Il popolo fedele di Dio rimane il grembo da cui egli è tratto, la famiglia in cui è coinvolto, la casa a cui è inviato. Questa comune appartenenza, che sgorga dal Battesimo, è il respiro che libera da un’autoreferenzialità che isola e imprigiona: «Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo – richiamava dom Hélder Câmara – prendi il largo!». Parti! E, innanzitutto, non perché hai una missione da compiere, ma perché strutturalmente sei un missionario: nell’incontro con Gesù hai sperimentato la pienezza di vita e, perciò, desideri con tutto te stesso che altri si riconoscano in Lui e possano custodire la sua amicizia, nutrirsi della sua parola e celebrarLo nella comunità. Colui che vive per il Vangelo, entra così in una condivisione virtuosa: il pastore è convertito e confermato dalla fede semplice del popolo santo di Dio, con il quale opera e nel cui cuore vive. Questa appartenenza è il sale della vita del presbitero; fa sì che il suo tratto distintivo sia la comunione, vissuta con i laici in rapporti che sanno valorizzare la partecipazione di ciascuno. In questo tempo povero di amicizia sociale, il nostro primo compito è quello di costruire comunità; l’attitudine alla relazione è, quindi, un criterio decisivo di discernimento vocazionale. Allo stesso modo, per un sacerdote è vitale ritrovarsi nel cenacolo del presbiterio. Questa esperienza – quando non è vissuta in maniera occasionale, né in forza di una collaborazione strumentale – libera dai narcisismi e dalle gelosie clericali; fa crescere la stima, il sostegno e la benevolenza reciproca; favorisce una comunione non solo sacramentale o giuridica, ma fraterna e concreta. Nel camminare insieme di presbiteri, diversi per età e sensibilità, si spande un profumo di profezia che stupisce e affascina. La comunione è davvero uno dei nomi della Misericordia. Nella vostra riflessione sul rinnovamento del clero rientra anche il capitolo che riguarda la gestione delle strutture e dei beni economici: in una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito. Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio.
  3. Infine, ci siamo chiesti quale sia la ragione ultima del donarsi del nostro presbitero. Quanta tristezza fanno coloro che nella vita stanno sempre un po’ a metà, con il piede alzato! Calcolano, soppesano, non rischiano nulla per paura di perderci… Sono i più infelici! Il nostro presbitero, invece, con i suoi limiti, è uno che si gioca fino in fondo: nelle condizioni concrete in cui la vita e il ministero l’hanno posto, si offre con gratuità, con umiltà e gioia. Anche quando nessuno sembra accorgersene. Anche quando intuisce che, umanamente, forse nessuno lo ringrazierà a sufficienza del suo donarsi senza misura. Ma – lui lo sa – non potrebbe fare diversamente: ama la terra, che riconosce visitata ogni mattino dalla presenza di Dio. È uomo della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno, verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni. Il Regno – la visione che dell’uomo ha Gesù – è la sua gioia, l’orizzonte che gli permette di relativizzare il resto, di stemperare preoccupazioni e ansietà, di restare libero dalle illusioni e dal pessimismo; di custodire nel cuore la pace e di diffonderla con i suoi gesti, le sue parole, i suoi atteggiamenti.

***

Ecco delineata, cari fratelli, la triplice appartenenza che ci costituisce: appartenenza al Signore, alla Chiesa, al Regno. Questo tesoro in vasi di creta va custodito e promosso! Avvertite fino in fondo questa responsabilità, fatevene carico con pazienza e disponibilità di tempo, di mani e di cuore. Prego con voi la Vergine Santa, perché la sua intercessione vi custodisca accoglienti e fedeli. Insieme con i vostri presbiteri possiate portare a termine la corsa, il servizio che vi è stato affidato e con cui partecipate al mistero della Madre Chiesa.

 

Intervento Card Bagnasco.  Assemblea Generale 16-18 Maggio 2016

Roma, 17 Maggio 2016

 

Cari Confratelli,

nel clima della Pentecoste, abbiamo avuto la gioia della visita e delle parole del Santo Padre: quello che ci ha detto ieri sera costituisce l’orientamento più prezioso per i lavori di questa sessantanovesima Assemblea Generale, che ha al centro il rinnovamento del clero.

Nel tornare a salutare ciascuno di voi, ringrazio della sua presenza e disponibilità il Nunzio apostolico in Italia, S.E. Mons. Adriano Bernardini.

Insieme diamo il benvenuto ai Confratelli Vescovi, che qui rappresentano le Conferenze Episcopali di numerosi Paesi, insieme al Segretario Generale del CCEE, ringraziandoli per aver accolto l’invito a condividere la nostra riunione plenaria. Con loro salutiamo fraternamente anche gli invitati – presbiteri, consacrati, laici – che partecipano ai nostri lavori.

Siamo lieti di accogliere quanti nell’ultimo periodo sono stati chiamati all’episcopato e partecipano per la prima volta alla nostra Assemblea Generale. Si tratta di:

– S.E. Mons. Sergio Melillo, Vescovo di Ariano Irpino – Lacedonia;

– S.E. Mons. Erio Catellucci, Arcivescovo Abate di Modena – Nonantola;

– S.E. Mons. Claudio Cipolla, Vescovo di Padova;

– S.E. Mons. Corrado Melis, Vescovo di Ozieri;

– S.E. Mons. Angelo De Donatis, Vescovo ausiliare di Roma;

– S.E. Mons. Luigi Renna, Vescovo di Cerignola – Ascoli Satriano;

– S.E. Mons. Giovanni Roncari, Vescovo di Pitigliano – Sovana – Orbetello;

– S.E. Mons. Andrea Migliavacca, Vescovo di San Miniato;

– S.E. Mons. Piero Delbosco, Vescovo di Cuneo e Fossano;

– S.E. Mons. Francesco Manenti, Vescovo di Senigallia;

– S.E. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo;

– S.E. Mons. Antonio Napolioni, Vescovo di Cremona;

– S.E. Mons. Corrado Sanguineti, Vescovo di Pavia;

– S.E. Mons. Roberto Filippini, Vescovo di Pescia;

– S.E. Mons. Pierantonio Pavanello, Vescovo di Adria – Rovigo;

– S.E. Mons. Marco Brunetti, Vescovo di Alba;

– S.E. Mons. Luigi Mansi, Vescovo di Andria;

– S.E. Mons. Giuseppe Favale, Vescovo di Conversano – Monopoli;

– S.E. Mons. Roberto Carboni, Vescovo di Ales – Terralba;

– S.E. Mons. Renato Marangoni, Vescovo di Belluno – Feltre;

– S.E. Mons. Lauro Tisi, Arcivescovo di Trento;

– S.E. Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, Arcivescovo di Matera – Irsina;

– S.E. Mons. Felice Accrocca, Arcivescovo eletto di Benevento;

– S.E. Mons. Stefano Russo, Vescovo eletto di Fabriano – Matelica;

– S.E. Mons. Gianrico Ruzza, Vescovo ausiliare eletto di Roma;

– S.E. Mons. Luigi Vari, Arcivescovo eletto di Gaeta.

 

Sentiamo vicini e partecipi i Confratelli Vescovi che, pur avendo lasciato la guida pastorale delle loro diocesi, continuano a condividere con noi la sollecitudine per il bene della Chiesa:

– S.E. Mons. Giuseppe Andrich, Vescovo emerito di Belluno – Feltre;

– S.E. Mons. Luigi Bressan, Arcivescovo emerito di Trento;

– S.Em Card. Carlo Cafarra, Arcivescovo emerito di Bologna;

– S.E. Mons. Raffaele Calabro, Vescovo emerito di Andria;

– S.E. Mons. Giuseppe Cavallotto, Vescovo emerito di Cuneo e Fossano;

– S.E. Mons. Fabio Bernardo D’onofrio, Arcivescovo emerito e Amministratore apostolico di Gaeta;

– S.E. Mons. Giovanni Dettori, Vescovo emerito di Ales – Terralba;

– S.E. Mons. Felice Di Molfetta, Vescovo emerito di Cerignola – Ascoli Satriano;

– S.E. Mons. Guido Fiandino, Vescovo già ausiliare di Torino;

– S.E. Mons. Giovanni Giudici, Vescovo emerito di Pavia;

– S.E. Mons. Calogero La Piana, Arcivescovo emerito di Messina – Lipari – Santa Lucia del Mela;

– S.E. Mons. Dante Lafranconi, Vescovo emerito di Cremona;

– S.E. Mons. Giacomo Lanzetti, Vescovo emerito di Alba;

– S.E. Mons. Delio Lucarelli, Vescovo emerito di Rieti;

– S.E. Mons. Antonio Mattiazzo, Arcivescovo – Vescovo emerito di Padova;

– S.E. Mons. Andrea Mughione, Arcivescovo emerito e Amministratore apostolico di Benevento;

– S.E. Mons. Salvatore Nunnari, Arcivescovo – Vescovo emerito di Cosenza – Bisignano;

– S.E. Mons. Giuseppe Orlandoni, Vescovo emerito di Senigallia;

– S.E. Mons. Domenico Padovano, Vescovo emerito di Conversano – Monopoli;

– S.Em. Card. Paolo Romeo, Arcivescovo emerito di Palermo;

– S.E. Mons. Lucio Soravito de Franceschi, Vescovo emerito di Adria – Rovigo;

– S.E. Mons. Agostino Superbo, Arcivescovo emerito di Potenza – Muro Lucano – Marsico Nuovo;

– S.E. Mons. Paolo D’Urso, Vescovo emerito di Ragusa;

– S.E. Mons. Giancarlo Vecerrica, Vescovo emerito e Amministratore apostolico di Fabriano –Matelica.

 

Infine, non può mancare il nostro grato e affettuoso ricordo dei Confratelli che in questi ultimi mesi hanno concluso la loro esistenza terrena. Ecco i loro nomi:

– S.E. Mons. Luigi Martella, Vescovo di Molfetta – Ruvo – Giovinazzo – Terlizzi;

– S.Em. Card. Giacomo Biffi, Arcivescovo emerito di Bologna;

– S.E. Mons. Salvatore Cassisa, Arcivescovo emerito di Monreale;

– S.E. Mons. Bruno Tommasi, Arcivescovo emerito di Lucca;

– S.E. Mons. Giovanni De Vivo, Vescovo di Pescia;

– S.E. Mons. Claudio Baggini, Vescovo emerito di Vigevano;

– S.E. Mons. Ignazio Cannavò, Arcivescovo emerito di Messina – Lipari – Santa Lucia del Mele;

– S.E. Mons. Alessandro Plotti, Arcivescovo emerito di Pisa;

– S.E. Mons. Vincenzo Franco, Arcivescovo emerito di Otranto;

– S.E. Mons. Odo Fusi Pecci, Vescovo emerito di Senigallia;

– S.E. Mons. Benito Cocchi, Arcivescovo Abate emerito di Modena – Nonantola.

 

  1. Un Magistero diffuso

Il Magistero di Papa Francesco, insieme al suo instancabile ministero, è per noi e per il “Santo Popolo fedele di Dio”[1] un continuo stimolo alla conversione della vita personale e pastorale.

Di questo patrimonio fa parte la recente Esortazione Apostolica Amoris laetitia, che dell’intenso  lavoro del Sinodo è il frutto. Essa è orientamento per un deciso rilancio della pastorale familiare, e “nuovo incoraggiamento” per quel discernimento e accompagnamento che ogni Pastore è da sempre chiamato a fare con saggezza “secondo gli insegnamenti della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo”[2].

Il Giubileo straordinario della Misericordia si sta sempre più rivelando una fonte  di grazia per tutti. Non c’è età che non ne sia toccata, basta pensare al grande raduno dei ragazzi – settantamila – che hanno affollato gioiosamente Piazza San Pietro domenica 24 aprile. È stato uno spaccato di ciò che abita veramente il cuore dei giovani; la loro presenza mostrava l’intuizione che la risposta più vera è Gesù nella Chiesa: “Tu hai parole di vita eterna”.

  1. Un’Europa riconciliata con la gente

Fa parte del Magistero diffuso del Papa anche la sua storica visita a Lesbo: incisiva e commovente, vissuta in un abbraccio ecumenico. Ci impegna a non retrocedere dal fronte dell’accoglienza; ricorda a tutti che le vie di comunicazione sono sì per le merci, ma innanzitutto per le persone; incoraggia a non rinunciare al sogno europeo nel quale i Padri hanno creduto, così come Papa Francesco ha sottolineato nel ricevere il prestigioso “Premio Carlo Magno”: “Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. (…) Sogno un’Europa in cui essere migrante non sia delitto bensì un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano”.[3]

Dobbiamo qui riconoscere il permanente sforzo dell’Italia, sempre in prima linea per accogliere e salvare tante vite da ignobili mercanti di disperati. La Chiesa italiana continua ad offrire il suo contributo accogliendo, ad oggi, circa 23.000 migranti, con un aumento di 4.500 persone in questi primi mesi dell’anno. Alle comunità parrocchiali e religiose, sostenute dalle Caritas diocesane e dagli Uffici “Migrantes”, va dunque il nostro riconoscente incoraggiamento.

Del resto, il Sud del mondo si è messo in marcia sotto la spinta di circostanze difficili o tragiche: è un inarrestabile esodo. È doveroso  chiederci se non sia questo un banco di prova perché l’Europa del diritto, della democrazia e della libertà, culla e sorgente dell’umanesimo, irrorata dalla sorgente perenne del Vangelo, possa riscoprire se stessa: Aldo Moro, visitando Aquisgrana, disse che era “il centro di un mondo unito che si regge su due pilastri fondamentali: l’ordinamento giuridico romano e la forza spirituale del cristianesimo”. Possa l’Europa ritrovare la sua anima e così l’amore di “popoli e nazioni”. Possa incontrarsi finalmente con le persone, che non sono pedine sulle cui teste qualche “illuminato” pretende di decidere o esperimentare; né sono apolidi, poiché ognuno appartiene ad una storia, ha una visione della vita e valori di fondo. Capisca che essere europeo non significa entrare nel limbo del pensiero unico: le leggi e gli accordi sono necessari, ma non fanno lo spirito di un continente: lo presuppongono. I Vescovi italiani rinnovano la passione per l’Europa e, insieme al Santo Padre, auspicano con ferma convinzione “uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente”[4].

  1. Il sangue di Abele

In occasione dello storico incontro di Papa Francesco con il Patriarca Kirill a Cuba, si è levata congiunta la voce di Abele, che grida fino al cielo: “In molti Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa i nostri fratelli e sorelle in Cristo vengono sterminati per famiglie, villaggi e città intere (…). In Siria, in Iraq e in altri Paesi del Medio Oriente, constatiamo con dolore l’esodo massiccio dei cristiani dalla terra dalla quale cominciò a diffondersi la nostra fede, e dove essi hanno vissuto, fin dai tempi degli Apostoli, insieme ad altre comunità religiose”[5]. Nel mondo sembra che cresca l’indifferenza verso tanta violenza, come se i veri problemi fossero altri che il diritto di professare la propria fede senza subire persecuzione e morte, o essere costretti a vivere da fuggiaschi in preda alla paura. Si contano ormai 200 milioni di cristiani perseguitati sul pianeta sotto gli occhi distratti e indifferenti del mondo: ad Aleppo, storico centro della cristianità in Siria, oggi sono rimasti appena 40.000 fedeli, un quarto rispetto a solo 5 anni fa! Come Chiesa, denunciamo ancora una volta la violenza barbara di ogni persecuzione, assicuriamo la nostra vicinanza di solidarietà e preghiera a quanti la subiscono, e incoraggiamo le nostre comunità ad alimentare la fede e la testimonianza sull’esempio di tanto coraggio.

Accanto alle vittime della persecuzione religiosa, ci sono quelle causate dal terrorismo, che continua a seminare morte, angoscia e rapimenti. Esiste qualcuno che possa fermare tanto oscurantismo politico, sociale, religioso, su cui prospera il commercio delle armi? Nel campo della sicurezza sembra che tra gli Stati europei cresca la capacità di scambio e collaborazione; a tale proposito, ringraziamo i Servizi italiani che stanno mostrando capacità e determinazione.

Infine, torna in campo l’Europa, anzi l’Occidente: quale offerta culturale fa alle generazioni di immigrati ormai naturalizzati nel Continente? Quale visione spirituale offre? Il benessere materiale è ricercato e spesso raggiunto; ma i beni di consumo da soli non sono sufficienti: è necessaria una visione di valori e di ideali – favorita da un’alta istruzione e da un contesto di buone relazioni – per cui ognuno senta che vale la pena sacrificarsi. Diversamente, l’anima resta vuota ed esposta ad ogni suggestione, anche la più assurda e turpe: “Quando la cultura si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi – avverte il Santo Padre – le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare”.[6]

  1. Una Chiesa che cammina

Come Vescovi italiani abbiamo rimesso a tema il rinnovamento del clero. Sollecitati dalle indicazioni del Santo Padre, e alla luce del cambiamento d’epoca in corso, nell’Assemblea Straordinaria di Assisi (10 -13 novembre 2014) abbiamo aperto il cuore: ne sono emersi l’amore, la stima e la gratitudine verso i nostri preti. Non solo ci è chiara la consapevolezza di poter far poco senza di loro, che presiedono le comunità cristiane e non di rado presidiano i territori, ma – innanzitutto e prima di tutto – sappiamo e sentiamo che Cristo ha fatto di noi, Vescovi e presbiteri, una cosa sola. Ben prima di affinità, sensibilità comuni, idee convergenti… è quanto lo Spirito ha fatto in noi e di noi che ci rende un solo corpo segnato dal sacramento dell’Ordine, inviato al popolo di Dio per evangelizzare “fino ai confini della terra”. Sono innumerevoli le pagine del Magistero che parlano in modo commovente della vita e della missione del Sacerdote (a partire da quella che ci ha affidato ieri sera il Santo Padre).

Cari sacerdoti, voi siete per noi “fratelli e amici” come ricorda il Concilio: mentre diamo testimonianza della vostra quotidiana vicinanza alla gente, vi ringraziamo per quello che fate uniti a noi, vostri Vescovi e Padri. Il Signore ci ha messi insieme, perché vivessimo la comunione nel Presbiterio diocesano con tensione ideale e con fiducioso realismo. La nostra unità – insieme alla nostra preghiera – è la prima forma di quel prenderci cura di noi stessi e del nostro popolo che tanto raccomanda Papa Francesco. A nostra volta, non dimentichiamo quanto afferma il Concilio: “È ai Vescovi che incombe in primo luogo la grave responsabilità della santità dei loro sacerdoti; devono pertanto prendersi cura con la massima serietà della continua formazione del proprio Presbiterio”[7]. Responsabilità ben più grande delle nostre forze, che portiamo con fede nella grazia dello Spirito.

La Chiesa in Italia cammina verso la Giornata Mondiale della Gioventù che, nel prossimo luglio, si terrà a Cracovia, la città di San Giovanni Paolo II, che quelle Giornate ha voluto come un’idea dello Spirito. Un altro appuntamento rilevante è quello del Congresso Eucaristico Nazionale, che si celebrerà a Genova dal 15 al 18 settembre prossimo. I preparativi fervono grazie al Comitato Nazionale che ringrazio a nome di tutti. Siamo chiamati ad animare le nostre comunità, indicare il delegato diocesano, comporre la delegazione diocesana che sarà presente al Congresso e che deve essere iscritta per ovvi motivi di organizzazione. Intensificare l’adorazione nelle Parrocchie, diffondere il sussidio per la preghiera quotidiana in famiglia, utilizzare il Documento teologico-pastorale, distribuire a largo raggio il Messaggio a firma del Consiglio Episcopale Permanente…: sono passaggi decisivi per la migliore preparazione all’appuntamento, se vogliamo che sia davvero un evento di grazia per noi e le nostre Comunità. Le catechesi, che si terranno nelle diverse chiese di Genova, saranno sull’Eucaristia alla luce dei cinque verbi di Firenze, così da segnare una continuità sostanziale con il mistero che sta al centro della Chiesa e della sua missione.

  1. Un aiuto concreto per le situazioni coniugali ferite

Una novità di grande rilievo è stato il Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, con cui il Papa ha riformato i processi di nullità matrimoniale accogliendo l’auspicio dei Padri Sinodali al Sinodo Straordinario. Come Vescovi siamo impegnati affinché le finalità della riforma possano trovare efficace e piena risposta nella prassi giudiziaria, coniugando la vicinanza accogliente alle persone con le esigenze di assicurare sempre un rigoroso accertamento della verità del vincolo, per sua natura indissolubile ove validamente formato. Nell’esercizio di questa responsabilità, sappiamo di poter contare sull’aiuto degli operatori dei Tribunali, la cui solida formazione ed esperienza rappresentano un bene prezioso da valorizzare per conseguire la realizzazione dei principi ispiratori della riforma. In questa prospettiva, nella quale un oculato discernimento pastorale consentirà il giusto equilibrio anche nella scelta delle soluzioni strutturali più adeguate nelle diverse Chiese Particolari, la CEI non mancherà di offrire il proprio sostegno, a tutti i livelli di propria competenza e in comunione con le Conferenze Episcopali Regionali.

  1. Un Paese che si muove

La nostra attenzione va, infine, al popolo al quale apparteniamo con affetto di Pastori e di cittadini. Vorremmo poterlo vedere più sereno, occupato nel lavoro, proiettato con fiducia verso il futuro, incoraggiato dalle prospettive dei giovani, lieto nell’intreccio di generazioni che si guardano con simpatia, fiducia, solidarietà. Gli indicatori che si leggono, purtroppo, non sembrano andare in questa direzione. Dall’inizio della crisi l’occupazione è caduta del 4,8%, una delle contrazioni più rilevanti in Europa: i dati ricorrenti dicono che la fascia tra i 15 e i 24 anni in cerca di lavoro è prossima al 40% contro il 22% della media europea: in termini percentuali siamo i peggiori, subito prima della Bulgaria. Forte preoccupazione la esprimiamo anche per gli adulti che, una volta perso il lavoro, si trovano nella difficoltà a rientrarvi con grave danno per le proprie famiglie oltre che per la propria dignità. Il peso della vita quotidiana, alla ricerca dei beni essenziali, diventa sempre più insostenibile, compreso il bene primario della casa. La povertà assoluta investe 1,5 milioni di famiglie, per un totale di 4 milioni di persone, il 6,8 della popolazione italiana! Mentre la platea dei poveri si allarga inglobando il ceto medio di ieri, la porzione della ricchezza cresce e si concentra sempre più nelle mani di pochi, purtroppo a volte anche attraverso la via della corruzione personale o di gruppo.

Le nostre parrocchie vedono le file di coloro che cercano un pasto alle nostre mense: sono stati ben 12 i milioni di pasti distribuiti nel 2015.

I responsabili della cosa pubblica, i diversi attori del mondo del lavoro, che cosa stanno facendo che non sia episodico ma strutturale? La Chiesa continuerà a fare tutto quanto le è possibile per stare accanto alla gente, mettendo in campo ogni risorsa: dalle forze di tantissimi volontari alle risorse dell’8 per mille che, oltre a permettere un Clero totalmente disponibile, consente di venire incontro alle enormi richieste della carità e del mantenimento delle opere pastorali.

Un altro fronte che ci interroga è quello della natalità. Finalmente, dopo anni che lo richiamiamo, oggi perlomeno si parla di inverno demografico: l’immagine – seppur efficace – non suscita però ancora la necessaria coscienza della gravità. Ad oggi, si vedono segnali positivi di sostegno e promozione della famiglia che, oltre ad essere il grembo naturale della vita, è palestra di umanesimo, di virtù civili, di socialità e di educazione nell’intreccio di generazioni e di generi, primo ammortizzatore sociale. Tali segnali hanno, però, bisogno di essere incentivati e, soprattutto, di diventare strutturali.

I dati  ISTAT rimangono impietosi: quelli del 2015 sono i dati peggiori dall’unità d’Italia. Lo scorso anno, a fronte di 653.000 decessi, le nascite sono state 488.000, mentre 100.000 italiani hanno lasciato il Paese. La demografia è un indicatore decisivo dello stato di salute di un Paese, specialmente occidentale, dove lo sviluppo economico e lavorativo, insieme ad una cultura densa di ideali e valori, suscitano speranza nel domani e coraggio nel generare nuove vite, assumendo con fiducia la missione educativa dei figli. Che cosa sta facendo lo Stato perché si possa invertire la tendenza? Si avverte l’urgenza di una manovra fiscale coraggiosa, che dia finalmente equità alle famiglie con figli a carico. Gli esperti dicono che la messa in atto del cosiddetto “fattore famiglia” sarebbe già un passo concreto e significativo.

Un terzo fantasma sta crescendo nel Paese: il gioco d’azzardo. La recente legge intima che il numero delle slot machine si riduca del 30% in quattro anni; in realtà è cresciuto del 10,6% in quattro mesi, salendo a 418.210. Negli ultimi sei anni, mentre fra la popolazione è salita la soglia della povertà, l’affare-azzardo ha raggiunto il 350%, fino a 84 miliardi. A fronte di così cospicui interessi a diversi livelli, chi sarà in grado di resistere alle pressioni delle lobby e intervenire in modo radicale? La ricaduta sociale della ludopatia è devastante per i singoli, che perdono il lavoro, rompono i rapporti familiari, diventano facile preda di altre dipendenze fino al suicidio, come ha affermato il Ministro della salute. I cittadini in che modo possono far sentire la propria volontà a fronte di problemi così gravi che perdurano da troppo tempo, corrompendo modi di pensare e stili di vita? Possono, i problemi, essere scaricati solo sull’Europa e sul mondo globale? La democrazia avanzata deve cercare, non solo tollerare, il dialogo. Esso deve essere praticato nella onestà degli atteggiamenti, nel rispetto di persone e istituzioni, alla ricerca di una sintesi alta e realistica.

È su questi problemi che la gente vuole vedere il Parlamento impegnato senza distrazioni di energie e di tempo, perché questi sono i problemi veri del Paese, cioè del popolo. Per questo non si comprende come così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze – già per altro previste dall’ordinamento giuridico – ma a schemi ideologici. La recente approvazione della legge sulle Unioni civili, ad esempio, sancisce di fatto una equiparazione al matrimonio e alla famiglia, anche se si afferma che sono cose diverse: in realtà, le differenze sono solo dei piccoli espedienti nominalisti, o degli artifici giuridici facilmente aggirabili, in attesa del colpo finale – così già si dice pubblicamente – compresa anche la pratica dell’utero in affitto, che sfrutta il corpo femminile profittando di condizioni di povertà.

“La famiglia si fonda sul matrimonio – hanno dichiarato Papa Francesco e il Patriarca Kirill – atto libero e fedele di amore di un uomo e una donna. (…) Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità, come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio (…) viene estromesso dalla coscienza pubblica”[8]. “La famiglia – aveva già ribadito il Santo Padre – (è) fondamento della convivenza e rimedio contro lo sfaldamento sociale”[9]. E ancora: “Il matrimonio tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno”[10]. In altra occasione aveva ribadito che la “complementarietà sta alla base del matrimonio e della famiglia”[11], per cui “occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con papà e una mamma, capaci di creare insieme un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva (…). Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio”[12]. E, a proposito della teoria del gender che è sempre alle porte in modo strisciante, il Pontefice ha più volte ripetuto che “è uno sbaglio della mente umana”, esprimendo anche il dubbio “se non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa confrontarsi con essa”[13].

Non si comprende come queste affermazioni, tanto chiare di Papa Francesco – e ribadite a più riprese dai Vescovi – passino costantemente sotto silenzio, come se mai fossero state pronunciate o scritte. Le facciamo nostre una volta di più, perché – insieme con quelle che andremo ad approfondire in queste giornate di confronto fraterno – possano tradursi in impegno fattivo.

Grazie, cari Confratelli per la vostra benevola attenzione, mentre invochiamo la luce dello Spirito e affidiamo i nostri lavori alla Santa Vergine e a San Giuseppe.

[1] Lettera del Santo Padre al Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19.3.2016.

[2] Amoris laetitia, n. 300.

[3] Discorso del Santo Padre in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, 6.5.2016.

[4] Id.

[5] Dichiarazione congiunta del Santo Padre Francesco e di Sua Santità Kirill, Cuba, 12.2.2016.

[6] Laudato sì, 123.

[7] Presbyterorum ordinis, 7.

[8]  Dichiarazione congiunta, cit.

[9]  Papa Francesco, Discorso,19.7.2013.

[10] Papa Francesco, Discorso ai Vescovi del Messico, 19.5.2014.

[11] Papa Francesco, Discorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede, 17.11.2015

[12] Papa Francesco, Discorso alla Delegazione dell’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia, 11.4.2014.

[13] Papa Francesco, Udienza Generale, 15.4.2015.

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