La Coscienza Ecclesiale dei Fedeli Laici
29 aprile 1996
Introduzione
1. Con questa Lettera noi Vescovi liguri desideriamo rispondere alla richiesta che l'Azione Cattolica (A.C.) regionale ci ha rivolto in ordine ad esprimere le nostre attese e ad offrire i nostri orientamenti per la vitalità spirituale e pastorale delle associazioni di A.C. presenti nelle nostre Diocesi. Ciò è per noi e per il nostro ministero motivo di gioia e di responsabilità: motivo di gioia, perché la richiesta che ci è giunta dice la comunicane e la fiducia dell'A.C. nei riguardi del servizio che il Signore affida ai Vescovi per la guida delle Chiese particolari; motivo di responsabilità, perché ci viene offerta una nuova occasione, non solo per manifestare la nostra stima e il nostro affetto, ma anche per incoraggiare quel continuo rinnovamento che solo può rendere prezioso il servizio dell'A.C. alle nostre comunità ecclesiali e alla società.
2. Mentre ci rivolgiamo direttamente all'A.C., intendiamo raggiungere le varie aggregazioni laicali e, più in generale, tutti i nostri fedeli laici. Infatti, gli elementi che accomunano le associazioni, i movimenti, i gruppi e le comunità dei fedeli laici sono più numerosi e comunque precedono, accompagnano, seguono e in qualche modo legittimano gli elementi specifici di ogni singola aggregazione. Soprattutto con il Concilio Vaticano Il e nel periodo post-conciliare con i molteplici interventi di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, la Chiesa ha riproposto in modo limpido e forte il posto e il compito dei fedeli laici nella comunità cristiana e nella società. Uno dei punti di riferimento più importanti e significativi è l'esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici di Giovanni Paolo Il su "Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo" (30 dicembre 1988). È una specie di Magna Charta per il laicato cristiano, un testo programmatico di grande e permanente attualità che rioffriamo in particolare ai fedeli laici impegnati - e a quanti vorranno esserlo - perché lo rendano "compagno di viaggio", oggetto di attento studio e di generosa attuazione. L'intenzione fondamentale della Chiesa nel rivolgersi ai fedeli laici è di promuovere la loro "coscienza ecclesiale", ossia la convinzione chiara e gioiosa di essere membri attivi e responsabili della Chiesa, del suo mistero di santità, della sua vita di comunione e della sua missione di annunciare e testimoniare il Vangelo, cioè la "lieta notizia" di Gesù Cristo unico Salvatore del mondo. Si può dire che tutto il senso della Christifideles laici sta in questo appello di Giovanni Paolo II: "Rivolgo a tutti e a ciascuno, Pastori e fedeli, la vivissima esortazione a non stancarsi mai di man- tenere vigile, anzi di rendere sempre più radicata nella mente, nel cuore e nella vita la coscienza ecclesiale, la coscienza cioè di essere membri della Chiesa di Gesù Cristo, partecipi del suo ministero di comunione e della sua energia apostolica e missionaria" (n.64).
La formazione permanente:
"Anche voi venite impiegati come pietre vive"(1Pt 2, 5)
3. La promozione della coscienza ecclesiale dei fedeli laici passa anzitutto attraverso una seria formazione permanente. È questa un obiettivo necessario e irrinunciabile dell'azione pastorale della Chiesa. Certamente tale formazione è un servizio da rendere ai fedeli laici: è un bene per essi, anzi una grazia ad essi donata. Ma è anche una necessità per la Chiesa come tale, un'esigenza inderogabile perché possa risplendere la "verità" del suo essere e del suo operare: la Chiesa, infatti, è l'intero Popolo di Dio, nella sua unità e insieme diversità e nella complementarietà dei doni e dei ministeri. Per questo, senza la presenza e il contributo dei fedeli laici, la Chiesa nella sua opera pastorale non sarebbe obbediente alla volontà di Cristo che l'ha istituita e non sarebbe docile all'azione dello Spirito Santo, che distribuisce a tutti e a ciascuno differenti doni e compiti per l'edificazione dell'unico Corpo di Cristo (cfr. Ef 4, 7.11-13; Rm 12, 4-8). Se, da una parte, possiamo godere spiritualmente e rendere grazie al Signore perché la coscienza della partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa è viva in molti nostri fedeli laici, dall'altra parte dobbiamo seriamente interrogarci sulla reale diffusione e sull'effettivo radicamento di questa coscienza ecclesiale: non poche volte la pastorale concreta delle nostre comunità è centrata prevalentemente se non esclusivamente sul ministero dei presbiteri, mentre troppi fedeli laici si limitano a "ricevere" la Parola e i Sacramenti senza impegnarsi adeguatamente a "dare" il proprio necessario contributo per la crescita della Chiesa e per il compimento della sua missione. Come Vescovi, non solo non abbiamo paura dei laici, ma cordialmente li invitiamo e apertamente li esortiamo ad occupare il loro posto e a svolgere il loro ruolo nella comunità cristiana. A tutti voi diciamo: "Venite anche voi a lavorare nella vigna del Signore" (cfr. Mt 20, 4). Nessuno si senta inutile. È l'ora di una grande corresponsabilità! Solo così siamo docili alla voce dello Spirito che anima la Chiesa del Signore.
4. Ci rivolgiamo a tutti i fedeli laici, anche a quanti vivono al di fuori delle diverse aggregazioni o forme di apostolato associato, così come ci rivolgiamo ai laici che fanno parte delle varie associazioni, movimenti, comunità, gruppi di antica, recente e nuova costituzione. in un modo particolare intendiamo rivolgerci all'A.C. che in forza della sua fisionomia specifica si pone in un rapporto organico con la comunità cristiana, con i suoi pastori e con l'azione pastorale in generale. Lo Statuto definisce l'A.C. come "una Associazione di laici che si impegnano liberamente, in forma comunitaria ed organica ed in diretta collaborazione con la Gerarchia, per la realizzazione del fine generale apostolico della Chiesa" (art. 1). In tal senso Paolo VI ha qualificato l'A.C. come "singolare forma di ministerialità laicale" (Discorso ai partecipanti all'Assemblea nazionale di A.C.I., 25 aprile 1977). È in forza di questa sua fisionomia specifica che noi Vescovi chiediamo all'A.C. di impegnarsi, con generosa costanza, nella formazione permanente della coscienza ecclesiale. Questo impegno ha una duplice espressione: l'una all'interno della stessa A.C. e l'altra nei riguardi della comunità cristiana. È necessario, anzitutto, che le associazioni di A.C. al loro interno e nei loro membri, riscoprano con sempre rinnovata freschezza e alimentino con entusiasmo il "senso della Chiesa" (sensus Ecclesiae) come esigenza insopprimibile dell'essere stesso del cristiano, come frutto necessario di quella novità radicale che il Battesimo dona al credente. In realtà, l'appartenenza alla Chiesa, ossia al suo mistero, alla sua vita e missione, rientra nell'identità stessa del fedele laico, ed è titolo di sommo onore prima ancora che di grave responsabilità.. Sentiamo indirizzato a ciascuno di noi il monito di San Leone Magno: "Riconosci, o cristiano, la tua dignità!" (Sermone XXI, 3). L'impegno dell'A.C. alla formazione permanente della coscienza ecclesiale non si esaurisce all'interno delle sue associazioni, ma si estendi alla comunità cristiana. Questa formazione, infatti, ha un suo dinamismo inarrestabile che conduce l'A.C., sia come associazione che come membri che la compongono, a porsi come un "segno" e una "forza" perché le diverse comunità ecclesiali - le parrocchie e i vari gruppi in esse presenti e operanti - siano stimolate a possedere e a vivere la coscienza ecclesiale: quasi un richiamo costante e attraente a spendere la propria vita al servizio della Chiesa e dell'uomo.
5. Perché l'A.C. possa assolvere degnamente il duplice impegno ora ricordato chiediamo che nei suoi programmi e nelle sue attività:
salvaguardi sempre il primato della formazione alla fede cristiana;
sottolinei con forza l'essenziale dimensione ecclesiale della formazione: non è possibile amare e seguire Cristo senza amare e seguire il suo Corpo, che è la Chiesa;
renda concretamente possibile la maturazione della fede, coltivando in modo sistematico l'ascolto e la meditazione della Parola di Dio, l'incontro vivo con Gesù Cristo nei Sacramenti e nella preghiera, l'amore disinteressato e operoso verso la Chiesa e la società.
Se per tutti gli associati di A.C. è necessaria la formazione permanente, è evidente che un impegno particolare dev'essere assicurato per la formazione dei formato, ossia dei dirigenti e dei responsabili a ogni livello: è questa la condizione ineludibile per l'autenticità e la fecondità missionaria di ogni aggregazione.
In comunione con la Chiesa:
"lo sono la vite, voi i tralci"(Gv 15, 5)
6. La coscienza ecclesiale, obiettivo primario della formazione permanente dei fedeli laici, nasce e cresce dentro la comunità cristiana, mediante la consapevole e libera partecipazione alla sua vita. Tale coscienza si forma facendo l'esperienza profonda e autentica della comunione ecclesiale, vivendo nella fede il mistero della Chiesa-Comunione. Siamo così al "cuore" della Chiesa, che Gesù Cristo ci ha voluto rivelare soprattutto nella grande preghiera dell'Ultima Cena: "Tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17, 21). La comunione ecclesiale è dono dello Spirito Santo, di Colui che è vincolo personale di amore e di unità nella SS. Trinità. È dono che lo Spirito effonde mediante i Sacramenti, in particolare l'Eucaristia, e mediante le virtù soprannaturali, soprattutto la carità, quale gratuita partecipazione alla carità stessa del cuore di Dio e di Cristo. Lo Spirito assicura alla comunione ecclesiale anche una sua struttura visibile: è una comunione che viene vissuta dalla e nella comunità cristiana, che si rivela in gesti e opere di comunione, che si sviluppa attraverso luoghi e mezzi di incontro, di dialogo, di condivisione. Per questo il dono della comunione ecclesiale suscita nei cristiani una vera e propria responsabilità: essi devono liberamente accogliere e vivere la comunione donata dallo Spirito, impegnandosi con scrupolosa serietà a vincere ogni tentazione di divisioni e di contrapposizioni e a ricercare l'unione sempre più piena delle menti e dei cuori. Anche a noi è rivolta l'appassionata esortazione dell'apostolo Paolo: "Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensieri e d'intenti" (1 Cor 1, 10).
7. All'A.C., e più in generale alle aggregazioni laicali, noi Vescovi chiediamo di essere un segno e un luogo di comunione ecclesiale vera e autentica. È questo il primo frutto della formazione al "senso della Chiesa". In concreto, questo comporta una serie di impegni. Segnaliamo, anzitutto, l'impegno a realizzare un rapporto più stretto e abituale tra i vari "rami" secondo cui si articola l'associazione di A.C.. Non ci si limiti allora ai momenti formativi e operativi che vengono riservati in modo specifico ai ragazzi, ai giovani e agli adulti, ma con non minore cura si valorizzino anche i momenti comuni, perché meglio si manifesti l'unità associativa e più efficace si renda il servizio alla comunione ecclesiale. Segnaliamo, inoltre, l'impegno a realizzare un maggior coordinamento delle associazioni di A.C. presenti nella Diocesi. La dimensione Diocesana chiede di essere più convintamente onorata e valorizzata: non solo per assicurare alle singole associazioni quel servizio qualificato e necessario che il Centro Diocesano può e deve offrire, ma anche per rendere più visibile e credibile il grande bene della comunione ecclesiale.
8. Altro impegno dell'A.C. è quello di vivere con libertà e carità il rapporto con le altre aggregazioni laicali: nella vigna del Signore c'è lavoro per tutti, e se si lavora veramente per l'unica vigna, mentre non si cede alla tentazione di rivendicare spazi privilegiati, ci si sprona reciprocamente a favorire il più possibile la corresponsabilità e la collaborazione. Facciamo nostro, come Vescovi, l'appello rivolto da Giovanni Paolo Il nel Convegno della Chiesa italiana a Loreto, il 10 aprile 1985: "Per la solidale edificazione della casa comune è necessario che sia deposto ogni spirito di antagonismo e di contesa, e che si gareggi piuttosto nello stimarsi a vicenda (cf. Rm 12, 10), nel prevenirsi reciprocamente nell'affetto e nella volontà di collaborazione, con la pazienza, la lungimiranza, la disponibilità al sacrificio che ciò potrà talvolta comportare". E se l'attuale stagione ecclesiale deve dirsi, sotto questo aspetto, migliorata, l'appello del Papa, mentre conserva il suo valore, può sprigionare una volontà più esplicita di essere tutti "nella" Chiesa e tutti "al servizio" di essa, di collaborare più strettamente per rispondere alle grandi sfide pastorali che la Chiesa incontra alle soglie del terzo millennio. Giustamente a tutte le aggregazioni laicali i Vescovi italiani ricordano che "sapere di 'essere Chiesa' è ben diverso dal ritenere di 'essere la Chiesa'. Il mistero della Chiesa, infatti, è qualcosa di ben più grande dei singoli cristiani e di ogni aggregazione. Esso è talmente ricco da esprimersi in forme molteplici e diverse senza che alcuna di queste, e neppure tutte insieme, possano esaurirlo" (Le aggregazioni laicali nella Chiesa, 13). In questo contesto richiamiamo l'impegno di tutti a valorizzare in modo convinto e cordiale il lavoro della Consulta Diocesana delle aggregazioni laicali. Essa deve porsi al servizio di una comunione ecclesiale capace di far tesoro della varietà e delle esperienze di vita delle diverse aggregazioni laicali per il bene di tutti. Deve inoltre porsi al servizio di un coordinamento delle forze e delle iniziative per una pastorale Diocesana organica e unitaria più incisiva ed efficace.
9. Come Vescovi chiediamo all'A.C. che sappia sempre tenere vivo il senso di appartenenza alla Chiesa particolare. E poiché "i Vescovi, singolarmente presi, sono il principio visibile e il fonda- mento dell'unità nelle loro Chiese particolari" (Lumen Gentium, 23), chiediamo all'A.C. che sappia formare al dovere di aderire al Vescovo come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre, affinché tutte le cose siano d'accordo nell'unità e crescano per la gloria di Dio (cf. 2Cor 4, 15)" (Lumen Gentium, 27). Ragioni teologiche e pastorali esigono oggi che il senso della Chiesa particolare e del Vescovo si radichi e si sviluppi con più lucida convinzione e con più appassionata fierezza. La Chiesa, infatti, che Gesù Cristo ha voluto "come un sacramento universale della salvezza" (Lumen Gentium, 48) trova la sua "misura" necessaria nella comunità Diocesana: in questa soltanto c'è la presenza dell'Eucaristia e del Vescovo, i due elementi congiunti senza dei quali non si dà Chiesa. La Chiesa poi, specialmente nelle attuali situazioni, sta affrontando problemi pastorali di tale estensione e gravità che la loro possibile soluzione va ben oltre le forze e le strutture limitate delle singole comunità parrocchiali o dei singoli gruppi che in esse operano: esige una collaborazione più vasta, esige un'azione concertata della Chiesa particolare come tale. Per una simile collaborazione, noi Vescovi chiediamo non solo la piena disponibilità dell'A.C. ma anche il suo più convinto e deciso intervento.
10. Il senso della Chiesa particolare e del Vescovo dev'essere non solo teoricamente "affermato" ma anche concretamente "vissuto", secondo l'esplicita e forte richiesta del Concilio Vaticano II: i laici "coltivino costantemente il senso della Diocesi, di cui la parrocchia è come una cellula, sempre pronti, all'invito del loro Pastore, ad unire anche le proprie forze alle iniziative Diocesane" (Apostolicam actuositatem, 10). Il senso della Chiesa particolare comporta il riferimento al programma pastorale Diocesano, come segno e strumento della pastorale organica e unitaria. Tale riferimento non potrà costituire un elemento secondario del cammino formativo e operativo dell'A.C. già totalmente definito in modo autonomo, o comunque un qualcosa di opzionale, ma dovrà porsi come contenuto primario e necessario di tale cammino. Se l'A.C. dovesse chiudersi in se stessa e preoccuparsi esclusivamente dei "propri" programmi e dei "propri" metodi, ferirebbe mortalmente la sua specifica fisionomia, ossia il suo essere "in diretta collaborazione con la Gerarchia, per la realizzazione del fine generale apostolico della Chiesa" (art. 1). Ancora una volta, il riferimento alla Chiesa particolare e alla sua pastorale organica e unitaria domanda all'A.C. non solo di parteciparvi effettivamente come associazione e come membri, ma anche di aiutare - con giusta discrezione ed insieme con matura convinzione - le altre aggregazioni laicali a muoversi nella stessa prospettiva, e più concretamente di porsi all'interno delle comunità parrocchiali come anima e stimolo per un autentico "respiro Diocesano". Ci sono poi momenti liturgici e iniziative pastorali della Chiesa particolare di singolare importanza, per i quali la presenza dell'A.C. deve essere assolutamente assicurata.
11. Il senso della comunione ecclesiale non è autentico e pieno se non sviluppa l'educazione alla "cattolicità" e quindi al necessario rapporto di comunione con le Chiese di Dio che sono in Italia e con la Chiesa universale sparsa in tutto il mondo. In questa linea l'A.C. è chiamata vivere una salda e convinta comunione con il Santo Padre, "vicario dell'amore di Cristo" e successore di Pietro. E ciò significa un più religioso, leale e costante riferimento alla parola del Papa, ai suoi pronunciamenti dottrinali e alle sue direttile e indicazioni pastorali. Se tale riferimento è dimensione essenziale e costitutiva di ogni cristiano, di ogni comunità ecclesiale, di ogni aggregazione di fedeli laici, esso deve avere un accento particolare presso l'A.C., i cui membri coltiveranno una relazione filiale con il Papa, alimentandola anche con la preghiera per lui e per le sue intenzioni.
Partecipi della missione della Chiesa:
"Predicate il Vangelo a ogni creatura" (Mc 16, 15)
12. La coscienza ecclesiale, mentre nasce e cresce dentro la vita di comunione della comunità cristiana, suscita e sollecita con urgenza la partecipazione dei fedeli laici alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Ogni cristiano, in quanto membro della Chiesa, sente risuonare nella propria coscienza - come fortuna ineffabile e come imperativo ineludibile - il mandato missionario di Gesù e avverte l'esigenza di darvi quotidiana risposta: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura" (Mc 16, 15). La coscienza ecclesiale è per sua intima natura e nel suo incessante dinamismo coscienza missionaria. In realtà, come scrive il Concilio, l'apostolato dei laici "non consiste soltanto nella testimonianza della vita; il vero apostolo cerca le occasioni per annunziare Cristo con la parola sia ai non credenti per condurli alla fede, sia ai fedeli per istruirli, confermarli e indurli a una vita più fervente" (Apostolicam actuositatem 6). All'A.C. noi Vescovi chiediamo di coinvolgersi pienamente, con determinazione e con entusiasmo, nella Nuova Evangelizzazione, vigorosamente sollecitata dal Santo Padre alle soglie del terzo millennio. Dobbiamo riflettere con estrema serietà su queste parole dell'esortazione Christifideles laici: "Certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana. Ma la condizione è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali" (n. 34). In parallelo a queste parole sta l'affermazione di Giovanni Paolo Il nel suo discorso al Convegno ecclesiale di Palermo: "Il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell'esistente, ma della missione. È il tempo di proporre di nuovo, e prima di tutto, Gesù Cristo, il centro del Vangelo. Ci spingono a ciò l'amore indiviso di Dio e dei fratelli, la passione per la verità, la simpatia e la solidarietà verso ogni persona che cerca Dio e che, comunque, è cercata da Lui" (n. 2). Anche nelle nostre comunità ecclesiali la scristianizzazione è fenomeno vasto e pervasivo. Si esprime in una diffusa mentalità e cultura che, al di là di tradizionali gesti e pratiche cristiane in qualche modo ancora persistenti, non si ispira ai valori originali del Vangelo e non poche volte neppure alle esigenze inderogabili della ragione umana e della legge morale scolpita nel cuore di ogni uomo. In tal senso la Nuova Evangelizzazione diventa, al di là di essere una dimensione intrinseca e permanente della "lieta notizia" come tale, un'esigenza storica di singolare urgenza: non basta una qualsiasi "religiosità" vaga ed emotiva, ma occorre una fede cristiana matura, che si esprime come adesione e comunione personale con Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto, presente e operante nella sua Chiesa, unico Salvatore del mondo. Siamo sicuri che l'A.C. e le altre aggregazioni laicali comprenderanno tutta la bellezza e avverti- ranno tutta l'urgenza di affrontare l'attuale sfida della scristianizzazione e dì farsi strumento intelligente e generoso della Nuova Evangelizzazione. Per questo dovranno instancabilmente prepararsi, accogliendo e vivendo esse stesse il Vangelo che converte e rinnova. Chiediamo che l'A.C. per prima valorizzi il Catechismo degli Adulti della C.E.I. "La verità vi farà liberi". Dopo averlo definito "un prezioso e valido strumento per l'inculturazione della fede in Italia", il Papa ha detto che "esso si impone... a tutte le comunità ecclesiali in Italia come libro della fede per gli adulti" (Alla C.E.I., 25 maggio 1995). Il ricorso a questo Catechismo risulterà d'indubbio aiuto anche nella preparazione al Grande Giubileo del 2000 (cfr. Lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente, 39 ss).
13. I fedeli laici sono chiamati a condividere la missione della Chiesa nella sua integralità e unità.. Per questo chiediamo all'A.C. che, senza indebite separazioni o selezioni, prenda parte non solo all'ascolto e all'annuncio della Parola (nelle sue diverse forme) come pure alla celebrazione dei sacra- menti dì Cristo e della Chiesa e alla preghiera, ma anche al servizio della carità mediante le opere di giustizia e di solidarietà con l'amore preferenziale per i poveri. Già all'interno della sua vita associativa l'A.C. dovrà preoccuparsi di verificare che il proprio cammino formativo e operativo manifesti e testimoni sempre più l'unità profonda che lega insieme la Parola, il Sacramento e la Carità. L'obiettivo della pastorale della comunità cristiana, quello cioè di "favorire un'osmosi sempre più profonda fra queste tre essenziali dimensioni del mistero e della missione della Chiesa", deve diventare anche l'obiettivo dell'A.C.. Così scrivono al riguardo i Vescovi italiani negli orientamenti pastorali per gli anni '90 "Evangelizzazione e testimonianza della carità": "Se la comunità ecclesiale è stata realmente raggiunta e convertita dalla parola del Vangelo, se il mistero della carità è celebrato con gioia e armonia nella liturgia, l'annuncio e la celebrazione del Vangelo della carità non può non continuare nelle tante opere della carità testimoniata con la vita e col servizio. Ogni pratico distacco o incoerenza fra parola, sacramento e testimonianza impoverisce e rischia di deturpare il volto dell'amore di Cristo" (n. 28). Invitiamo caldamente le nostre associazioni di A.C. a misurare la verità e l'autenticità dei loro cammini di fede e di catechesi e le loro esperienze di vita spirituale e di preghiera con l'effettiva testimonianza della carità, quale amore di Dio e dei fratelli secondo il cuore di Cristo. L'A.C. non dimentichi che è, appunto, "azione", ed accolga pertanto con vivo senso di responsabilità la consegna di Gesù: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli" (Mt 5, 15-16).
14. Sentiamo anche il dovere di sollecitare con forza le nostre associazioni di A.C. a coltivare in modo più esplicito e in qualche modo istituzionale la missionarietà, in consapevole e gioiosa obbedienza al mandato del Signore: "andate in tutto il mondo" (Mc 16, 15). Ciò significa, tra l'altro, che occorre "essere di A.C. - non solo all'interno dell'associazione partecipando responsabilmente alla sua vita, ma anche - e in un certo senso soprattutto - là dove ogni giorno si vive la propria esistenza. in famiglia, sul lavoro, nella scuola, nel gioco e tempo libero, nei più svariati rapporti con gli altri. Significa ancora che occorre che l'A.C. non pensi soltanto a se stessa (ai propri membri e alle proprie attività), ma pensi anche agli altri: agli altri cristiani che non appartengono all'A.C., ai cristiani non praticanti, agli indifferenti religiosamente, ai non credenti, a quanti sono alla ricerca della verità e del bene. Si può applicare all'A.C. quanto Giovanni Paolo Il ha detto della Chiesa. nel suo Discorso per il Sinodo Romano: come la Chiesa ritrova se stessa "fuori di sé" presso coloro a cui il Signore la invia, così l'A.C. è fedele alla propria identità solo se e nella misura in cui esce da se stessa e vive la sua missione verso gli altri. Un'interrogazione permanente ci deve inquietare ed insieme spronare come fedeli laici apostolicamente associati: siamo veramente un "segno" per le nostre comunità ecclesiali, per la nostra società, per i nostri paesi e i nostri ambienti di vita? Abbiamo veramente qualcosa di nuovo, di originale, di alternativo da dire e da fare? Non ci è lecito sfuggire a questa interrogazione, perché ad essa ci costringe Colui che nella forza dello Spirito fa "nuove tutte le cose" (Ap 21, 5), Colui che definisce il "discepolo" nei termini della luce del mondo, del sale della terra, della città posta sul monte, del lievito nella pasta, del fuoco che brucia.
15. In modo particolare chiediamo alle nostre associazioni di A.C. che vivano maggiormente la loro "indole secolare", il loro essere "fedeli laici" inseriti e impegnati nel mondo con la specifica vocazione di "cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio" (Lumen Gentium, 31).. La coscienza ecclesiale tipica dei fedeli laici li deve spingere a valorizzare in senso propriamente teologico, ossia secondo il disegno di Dio, la loro condizione secolare: questa, come scrivevano i Padri del Sinodo sui laici, "va intesa alla luce dell'atto creativo e redentivo di Dio, che ha affidato il mondo agli uomini e alle donne, perché essi partecipino all'opera della creazione, liberino la creazione stessa dall'influsso del peccato e santifichino se stessi nel matrimonio o nella vita celibe, nella famiglia, nella professione e nelle varie attività sociali" (Proposizione 4). I membri dell'A.C. in quanto fedeli laici sono chiamati, tra l'altro:
a conoscere la dottrina sociale della Chiesa. Non è una conoscenza opzionale perché tale dottrina "appartiene alla missione evangelizzatrice della Chiesa e fa parte essenziale del messaggio cristiano" (Giovanni Paolo II, enciclica Centesimus annus, 5). Infatti, annunciando Dio e il mistero della salvezza in Cristo ad ogni uomo, la Chiesa rivela l'uomo a se stesso e in questa luce interpreta i problemi della società,
ad impegnarsi, secondo la vocazione e le attitudini di ciascuno, nelle diverse forme di volontariato oggi in atto nella nostra società complessa e travagliata. Siamo tutti chiamati a vivere in forme sempre nuove le antiche e intramontabili opere di misericordia corporali e spirituali, con la disponibilità a collaborare con tutti, anche con chi non condivide la stessa fede, e soprattutto con l'impegno a mantenere limpida e trasparente la motivazione filantropica di gratuità, che per il cristiano assume il valore nuovo di essere partecipazione alla carità assolutamente disinteressata di Dio;
a partecipare al dibattito e alla soluzione dei problemi che riguardano il territorio - la città e il paese - nel quale si abita, si lavora e si vive. I cristiani, infatti, sono simultaneamente membri della Chiesa e cittadini del mondo, e l'essere cristiani non diminuisce né tanto meno elimina, bensì accresce e qualifica in modo originale il proprio amore e il proprio servizio alla città terrena;
a discernere e ad accompagnare nei fedeli laici vere e proprie "vocazioni" all'impegno culturale e a quello propriamente "politico". La "carità culturale", come servizio alla verità, non è meno necessaria e urgente, per la crescita della persona e della società, della carità materiale. È da superare decisamente, perché non cristiana, una concezione negativa dell'azione politica, ancora diffusa e aggravata da forme di disistima. In tal senso sta il monito di Giorgio La Pira: "Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta. No, l'impegno politico - cioè l'impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società - è un impegno di umanità e di santità
16. La missionarietà che chiediamo alle nostre associazioni di A.C. rivestirà anche la forma specifica dell'amore e dell'interessamento concreto alla "missio ad gentes", al primo annuncio del Vangelo a quanti - e sono milioni e milioni di uomini e di donne - ancora non conoscono Cristo Redentore dell'uomo. Tra i compiti dell'A.C. rientra anche quello di partecipare, e in qualche modo di sollecitarlo, al dinamismo missionario di cui dev'essere segnata la vita e l'azione delle singole comunità ecclesiali. Solo un simile dinamismo può strappare, le nostre comunità, ed anche le nostre associazioni, dal rischio dell'immobilismo e della sterilità pastorale. Lo afferma categoricamente il Concilio: "La grazia del rinnovamento non può crescere nella comunità, se ciascuna di esse non allarga gli spazi della carità sino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che per coloro che sono suoi propri membri" (Ad gentes, 37).
17. All'A.C., come pure alle altre aggregazioni laicali, vogliamo richiamare l'impegno ad affrontare una questione fondamentale della vita e missione della Chiesa, quella cioè dell'unità dei cristiani. "in quest'ultimo scorcio di millennio - ci ricorda il Papa nella lettera Tertio Millennio Adveniente, 34 - la Chiesa deve rivolgersi con più accurata supplica allo Spirito Santo implorando da Lui la grazia dell'unità dei cristiani. È questo un problema essenziale per la testimonianza evangelica nel mondo". L'A.C. e le altre aggregazioni laicali sappiano imprimere, con opportune iniziative, un più profondo respiro ecumenico alle nostre comunità ecclesiali. Ed insieme all'attenzione ecumenica dovranno accogliere le forti provocazioni del Santo Padre ad affrontare, nella prospettiva del grande Giubileo, le nuove frontiere del dialogo interreligioso.
18. Sotto il profilo sociale e politico, la missionarietà conduce a rilevare l'urgenza che i cristiani non si chiudano in prospettive anguste e particolaristiche, ma acquistino e sviluppino una vigile coscienza della mondialità: i molteplici e complessi problemi dell'Europa come casa comune dei popoli e dalle radici cristiane, come quelli riguardanti gli squilibri e le contrapposizioni tra popoli ricchi e popoli poveri e quelli attinenti la salvaguardia del creato, non possono lasciare indifferenti e inciti i cristiani, chiamati ad essere, secondo l'espressione della Lettera a Diogneto, "anima del mondo" (n. 6). La conoscenza di questi problemi e la sensibilità verso di essi, come pure l'intervento concreto secondo le diverse possibilità di ciascuno, sono passi da compiere per vivere un'etica della mondialità, che trova il "cattolico" quale soggetto protagonista privilegiato.
La spiritualità:
"Rimanete in me e io in voi" (Gv 15, 4)
19. La coscienza ecclesiale ha le sue radici vive e la sua linfa vivificante nell'incontro e nella comunione personale con Gesù Cristo risorto e vivo. È questo il "segreto" di tutto: della formazione, della comunione, della missione. Solo un'autentica esperienza spirituale di incontro con il Signore Gesù - vera e propria condivisione dell'avventura pasquale di Maria di Magdala che grida "Ho visto il Signore" (Gv 20, 18) - ci può sospingere e sostenere nel proseguire il nostro quotidiano cammino di fede e di sequela di Cristo, nel dialogare con amore e fiducia con Dio nostro Padre nella preghiera, nell'aprirci a tutti per annunciare e testimoniare Gesù come unico Redentore dell'uomo e Salvatore del mondo. In questo senso il Papa ha detto nel suo discorso al Convegno ecclesiale di Palermo: "Non c'è rinnovamento, anche sociale, che non parta dalla contemplazione. L'incontro con Dio nella preghiera immette nelle pieghe della storia una forza misteriosa che tocca i cuori, li induce alla conversione e al rinnovamento, e proprio in questo diventa anche una potente forza storica di trasformazione delle strutture sociali" (n. 11). Ai fedeli laici dell'A.C. e di tutte le altre aggregazioni chiediamo che coltivino "la vita secondo lo Spirito", crescendo nella conoscenza e nell'amore di Gesù Cristo crocifisso e risorto. Chiediamo che, mossi dallo Spirito di amore, sa piano camminare incessantemente sulla strada della carità, nella quale consiste la perfezione cristiana. Per questo li invitiamo alla più grande generosità nel ricorrere ai mezzi necessari per vivere la carità, secondo il programma spirituale fissato dal Concilio: "Perché la carità come buon seme cresca nell'anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, con l'aiuto della sua grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai Sacramenti, soprattutto all'Eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all'abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all'esercizio di ogni virtù" (Lumen Gentium, 42). In particolare raccomandiamo alle nostre associazioni di A.C. di riprendere con coraggio e di diffondere la pratica dei Ritiri e degli Esercizi spirituali, sia per i giovani che per gli adulti, specialmente nel tempo forte della Quaresima cristiana.
20. Come Vescovi sentiamo forte il bisogno di richiamare a noi stessi e a tutti i nostri fedeli la fondamentale e sublime vocazione alla santità: "Siate voi perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5, 48). Di questa santità, che è continua conversione dal male e adesione crescente a Dio nostro sommo Bene in Cristo, abbiamo assoluto bisogno perché la Chiesa viva e testimoni la novità di Cristo risorto che viene, e si ponga pertanto come segno e strumento di salvezza, di libertà e di speranza per il mondo. Come ha scritto il Sinodo straordinario dei Vescovi del 1985: "I santi e le sante sempre sono stati fonte e origine di rinnovamento nelle più difficili circostanze in tutta la storia della Chiesa. Oggi abbiamo grandissimo bisogno di santi, che dobbiamo implorare da Dio con assiduità" (Relazione finale, II, A, 4).
Conclusione
21. Carissimi membri dell'A.C. è ora di concludere questa nostra lunga Lettera: lunga sì, ma tuttavia non sufficiente per toccare tutti gli aspetti della vita delle vostre associazioni. Sono aspetti, però, da voi ben conosciuti, che fanno parte di quella ricchissima dottrina sul laicato nella Chiesa e di quella esperienza di vita di cui è segnata la storia dell'A.C. in Italia. Il senso della nostra Lettera è di offrirvi un incitamento a riscoprire, come associazione e come associati, la gioia esaltante e liberante di un amore sempre nuovo per la Chiesa, quale partecipazione dello stesso amore con cui "Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei" (Ef 5, 25). È in forza di questo amore, da implorare costantemente dallo Spirito Santo che crea il cuore nuovo e lo accende di carità divina, che a noi è dato di impegnarci, come segno e realtà di Chiesa, nella formazione, nella comunione e nella missione secondo le sottolineature particolari che abbiamo presentato. Chiediamo a tutti voi di sostenere, senza alcuna paura e in stretta collaborazione con le altre aggregazioni laicali, un impegno associativo e personale pari al momento storico attuale per la vita della Chiesa e della società in Italia. Siamo chiama- ti, infatti, a far rifluire nelle nostre Chiese particolari - e secondo le loro tipiche situazioni ed esigenze - i frutti e le responsabilità del III Convegno ecclesiale di Palermo (20 ottobre - 2 novembre 1995) su "Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia", e ancor più a prepararci al Grande Giubileo del 2000, il cui obiettivo prioritario è "il rinvigorimento della fede e della testimonianza dei cristiani" (Tertio Millennio Adveniente, 42).
22. La presentazione che nella nostra Lettera abbiamo fatto dell'A.C. è tale che ne mostra immediatamente l'importanza nella vita pastorale della Chiesa. In particolare, la sua strutturale dimensione parrocchiale e Diocesana ci sollecita ad insistere perché si facciano nuovi e più convincenti sforzi affinché l'A.C. venga istituita là dove manca e venga resa veramente vitale e feconda là dove esiste.
23. Desideriamo ora riservare una parola ai nostri presbiteri, il cui ministero nei riguardi delle aggregazioni laicali nella Chiesa è di essere "artefici di comunione, educatori nella fede, testimoni di Dio, apostoli di Gesù Cristo, ministri dell'Eucaristia e della vita sacramentale, guide e maestri spirituali" (Le aggregazioni laicali nella Chiesa, 47). È certamente responsabilità indelegabile degli stessi fedeli laici impegnarsi a crescere nella formazione, nella comunione e nella missione. Rimane però sempre insostituibile il servizio specifico dei presbiteri, come del resto insegna la stessa storia: la presenza, la dedizione, la generosità di tanti sacerdoti hanno fatto crescere nell'A.C. generazioni intere di cristiani laici, maturi nella fede, nell'apostolato per la Chiesa, nel servizio al Paese. E "ciò è stato possibile - diceva Giovanni Paolo Il agli Assistenti Diocesani di A.C. il 26 ottobre 1995 - perché accanto a ciascuno di questi laici vi è stata la presenza e la guida spirituale di un sacerdote, in genere l'assistente, che, con l'esempio della vita sacerdotale, la sapienza della parola e la ricchezza della carità pastorale, lo ha accompagnato nel cammino verso la santità nelle condizioni ordinarie della famiglia e della professione, nella vita e nell'attività di ogni giorno". Mentre ringraziamo i sacerdoti che hanno vissuto e vivono il loro ministero assistendo l'A.C. e in tal modo edificano la Chiesa comunione e missione, invitiamo tutti i nostri presbiteri a non aver paura di proporre con più convinzione e ad accompagnare con più umiltà e generosità i gruppi di A.C. presenti nelle loro comunità parrocchiali. Si potrà offrire così la testimonianza del dialogo fratello e della compartecipazione, secondo ministeri diversi, all'unica missione della Chiesa.
24. Il nostro ultimo pensiero si rivolge a Maria. Se al centro di questa Lettera sta il tema della coscienza ecclesiale, diventa necessario il riferimento alla Madre del Signore, perché nessuno quanto lei ha sperimentato così profondamente il "mistero" della coscienza, lei Vergine del silenzio e dell'ascolto, che "serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc 2, 19). Maria è figura della Chiesa, comunità missionaria: anche la Chiesa è chiamata al silenzio orante e all'ascolto assiduo della Parola di Dio. Il bellissimo quadro dipinto da San Luca all'inizio del racconto degli Atti degli Apostoli è la più splendida e significativa testimonianza a questo riguardo: "Tutti erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui" (At 1, 14); "Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire si trovavano tutti insieme nello stesso luogo... ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo..." (At 2, 1 ss.). Anche per questo, con grande fiducia e devozione, noi siamo soliti invocare la SS. Vergine quale Madre della Chiesa. Il ricordo della prima comunità apostolica che, insieme a Maria, attende con trepidazione il dono dello Spirito ricorda a noi tutti la mirabile intimità della Madre di Dio con il Consolatore, intimità vissuta e sperimentata fin dalla Sua prima giovinezza. Rivolgere lo sguardo del cuore a Maria significa allora contemplare in Lei la più alta realizzazione di apertura e disponibilità all'azione di quello Spirito che solo può introdurre nello sconfinato mistero di Cristo e del Suo mistico Corpo che è la Chiesa. Per questo non soltanto ci rivolgiamo in preghiera a Maria, ma lei desideriamo indicare ai componenti di ogni aggregazione laicale delle nostre Diocesi e in specie a quelli dell'A.C. come esempio da imitare con generosità nel cammino bellissimo, anche se talvolta arduo della piena interiorizzazione di un'autentica coscienza ecclesiale.
Genova, 29 aprile 1996
Festa di Santa Caterina da Siena
Mons. DIONIGI TETTAMANZI - ARCIVESCOVO Di GENOVA
Mons. GIACOMO BARABINO - VESCOVO DI VENTIMIGLIA - SAN REMO
Mons. MARTINO CANESSA - VESCOVO DI TORTONA
Mons. ALBERTO MARIA CAREGGIO - VESCOVO di CHIAVARI
Mons. DANTE LAFRANCONI - VESCOVO DI SAVONA - NOLI
Mons. MARIO OLIVERI - VESCOVO di ALBENGA - IMPIERIA
Mons. GIULIO SANGUINETI - Vescovo Di LA SPEZIA - SARZANA - BRUGNATO