Il mio incontro con l’Azione Cattolica è avvenuto ai tempi della scuola media, tanti anni fa. Allora l’associazione era ancora costituita da settori femminili e maschili distinti; gli adolescenti erano “aspiranti”, protagonisti di un’età in cui si prende maggior confidenza con il mondo esterno e si aspira a crescere, se possibile rapidamente.

Il nostro parroco di allora, don Carlo, guidava gli incontri e ci faceva crescere nella consapevolezza del dono di essere figli di Dio. Ricordo quanto diceva a proposito della Messa e non solo festiva: partecipare non è un dovere, ma è coscienza di un diritto e scelta di valore; era importante capirlo e testimoniarlo.

Questa ansia per il bene spirituale, coltivato attraverso la grazia dei sacramenti, che ci veniva trasmessa, ha  accompagnato i cammini successivi della gioventù e dell’età adulta. Anche quando, in alcune fasi della vita adulta, la mia presenza nell’associazione è stata più marginale, mi sono sentita in comunione di spirito con l’Azione Cattolica proprio grazie a questi cammini condivisi.

I casi della vita mi hanno poi chiamata ad essere direttamente responsabile dell’A.C. in parrocchia e fuori. Confesso che qualche “sì” non è stato immediato ed è stato anche un po’ sofferto, ma alla fine il pungolo dello spirito mi ha reso arrendevole.

Devo molto al mio cammino in A.C.: la vita sacramentale, la fedeltà alla parrocchia e alla diocesi, le amicizie fedeli nel tempo, tutto questo pur con i limiti propri dell’umanità. Mi rendo conto che non sempre posso fissare un momento in cui ci sono state delle svolte, è la quotidianità di un modo di vivere che porta a crescere in una certa direzione e ad avere lo sguardo anche fuori di te. La nostra missionarietà oggi è abitare il mondo; è uno dei verbi che il Convegno ecclesiale di Firenze ha indicato come via verso l’umanità
nuova.

Abitare significa essere parte della realtà, delle situazioni, è un verbo che chiama alla responsabilità; la nostra responsabilità di laici credenti in cammino con la Chiesa.

Roberta Masella